La vita è più bella quando anche lo Chasselas impara il catanese: Attìa di Etnella

Davide Bentivegna è un simpatico ragazzone con l’aria e il fare un po’ guascone e allo stesso tempo, come ha scritto qualcuno prima di me, “è uno dei più brillanti giardinieri della nouvelle vague viticola dell’Etna”.

Dopo aver maturato una esperienza manageriale all’interno della Siemens, Davide nel 2010 si è lanciato nell’avventura agricola senza nessuna esperienza o vigneti di famiglia, partendo da zero, con l’intento di creare vini che toccano il cuore. Sin dall’inizio l’approccio era indirizzato a una agricoltura e una vinificazioni naturali guidato da forti principi etici.

L’avventura di Etnella  è cominciata  dunque con il “Notti Stellate” Etna rosso, imbottigliato nel 2010 dal primo vigneto di Contrada Galfina a Linguaglossa. Da allora l’azienda, come si legge sul sito “è cresciuta ed è diventata un gruppo che ha come guida l’idea di creare vini che toccano l’anima e che regalano un sorriso”.

I vigneti di Etnella sono giardini terrazzati posti sul versante nord-est del vulcano, ad altezze variabili tra i 400 e i 1000 metri di quota, in differenti contrade, cui fanno capo differenti vinificazioni ed etichette. Sebbene il progetto di Davide sia ancora molto giovane, nell’approccio e nei risultati si dimostra di anno in anno sempre più convincente quando non addirittura esaltante.  Le viti in alcuni casi arrivano anche a 120 anni di età, con diversi alberelli prefillossera. Sul campo si lavora solo con principi naturali, in cantina si prosegue con vinificazioni totalmente, integralmente, spontanee e libere. I vini di Davide, per questo, risultano sempre freschi, minerali e succosi.

Strutturati o più snelli, a seconda della contrada o della vigna di origine, ma sempre, altamente, decisamente veri e vinosi, i vini di Davide rappresentano l’Etna nella più naturale delle accezioni. Il vitigno principe è ovviamente il Nerello Mascalese, ma le vigne di Etnella ospitano fino a 15 varietà di uva. C’è veramente di tutto a partire dagli autoctoni Nerello Cappuccio e Carricante,  per arrivare allo Chasselas.

Ed è proprio di un vino che Davide realizza da quest’uva che voglio parlarvi. Cosa ci fa un vitigno svizzero (sembra essere la media montagna elvetica la patria di questa uva a bacca bianca) sull’Etna? Arcano difficile da svelare. O forse no.

Lo Chasselas è uno dei vitigni più antichi del mondo. Secondo alcune teorie si presume persino che sia originario dell’antico Egitto, mentre più recenti analisi del DNA paiono indicare che si è in presenza di un vitigno autoctono della Svizzera e più precisamente del Canton Vaud. Di certo si tratta di un’uva molto diffusa nel Vallese dove è impiegata per la produzione del Fendant, nel Canton Vaud per il Dorin e in altre parti della Svizzera per il Perlan.  In Italia lo Chasselas lo si coltivava nei colli di Bologna, tra Monteveglio, Bazzano e Casalecchio, e nel dialetto del luogo lo chiamavano Saslà: anzi lo chiamano ancora così. Non lo usavano per fare vino ma per uva da tavola, che dicevano fosse molto raffinata, sostanziosa, succosa e gustosa, bella da osservare per la buccia traslucida e sottile, di colore dorato quasi accecante quando la maturazione giungeva a perfetto compimento. Nei primi decenni del 1900 visse un periodo di notorietà, vi confezionavano il “plateau”(vassoio in legno), che opportunamente infiocchettato raggiungeva le tavole degli italiani e riusciva a toccare anche alcune nazioni del nord  Europa, fino quasi al periodo natalizio. In Germania, in particolare nel Baden, questa varietà si chiama anche Gutedel bianco e in Austria Moster o Wälscher.

I vini bianchi ottenuti dalle uve Chasselas sono vellutati, fruttati, briosi e delicati, almeno limitatamente all’esperienza di vinificazione elvetica, visto che a quanto pare lo Chasselas non riesce a dar vita in nessun altro luogo a vini tanto raffinati e complessi e talvolta anche in grado di invecchiare qualche anno.

Visto che le viti da cui Davide raccoglie l’uva per il suo bianco fermo macerato Attìa (in dialetto siciliano significa ‘a te‘) hanno quasi tutte 70 anni, viene naturale ipotizzare che a suo tempo le barbatelle di chasselas fossero state piantate per produrre uva da tavola o che siano state messe a dimora da qualcuno che aveva avuto modo di apprezzare il Fendant che tanto piaceva a Mario Soldati.

Ulrich Kohlmann su Dissapore lo definisce un vitigno “dai profumi molto delicati ma proprio per questo anche un ottimo ambasciatore della zona in cui viene coltivato. Lo Chasselas non si impone, non prevale sulla terra che lo ospita ma la assorbe per poi rilasciarla fedelmente nel bicchiere”.

Come tutti i vini dell’Etna, l’Attìa presenta una concentrazione minerale dalle mille sfaccettature e una sorprendente varietà e capacità evolutiva dei sentori. Un bianco sapido come il mare, profumatissimo, elegante, ma dalla beva irresistibile e corpo leggero, nonostante una certa polposità. Uno Chasselas che parla siculo, o meglio ancora etneo. Un vino di quelli che vanno giù ad una velocità tale da far impallidire Flash, specie se si è in estate.

Attìa è un orange ottenuto da fermentazione spontanea (come l’intera produzione di Etnella), con macerazione di un giorno sulle bucce e affinamento in acciaio. Nel calice si mostra di una bella veste dorata con riflessi aranciati, torbido. Il primo impatto olfattivo è quello con una piacevolissima e delicata altalena di frutta e fiori che propone in sequenza nitide note di ginestra, zagara, susine mature, pesche e fichi d’india. Con il tempo emergono note di salvia e accenni mentolati su una traccia minerale che gioca su due piani, quello vulcanico e quello salmastro-marino. In bocca si avverte una leggerissima punta di carbonica figlia di una parziale rifermentazione. Gustosamente sapido, profondo, con uno spessore deciso e polposo dato da una macerazione che ha lasciato il segno. Vino dal corpo leggero che esprime freschezza e semplicità ma che, sorso dopo sorso, stupisce e lascia un piacevolissimo ricordo di sé grazie ad una bella pulizia del sorso e ad una buona persistenza. La gradazione alcolica molto bassa (10,5%) e la straordinaria bevibilità lo rendono un vino estremamente versatile negli abbinamenti con quasi tutte le portate estive a base di pesce e verdure. Ideale per accompagnare il sushi e il sashimi. Da provare con gli spaghetti ai ricci di mare e  presumo si sposi bene con qualunque pesce alla brace. Unica controindicazione dell’Attìa è il fatto che la bottiglia sembra essere abbastanza incline a vuotarsi in un battito di ciglia. Quella che ho aperto di recente con la mia dolce metà è finita in pochissimo tempo e ci guardava sorridendo con lo stesso fare guascone di Davide. E quando ho avuto l’ardire di chiederle cosa avesse da ridere mi sono sentito rispondere “Staiu talìannu attìa!

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