Il Primalaterra 2012 di Salvatore Magnoni: la ruvida potenza dell’Aglianico made in Cilento

Finora ai vini provenienti da quel paradiso enologico che è la Campania non avevo dedicato nessun post in esclusiva, ma avevo infilato descrizioni e accenni a vini campani in racconti di degustazioni più variegati.  Non era chiaramente mia intenzione trascurare i vini della Campania Felix, come la chiamavano i latini, ma faccio mea culpa e  proverò a colmare questa parziale lacuna parlandovi di un vino rosso ottenuto dall’uva regina, tra quelle a bacca nera, di questa terra: l’Aglianico. Lo si coltiva in lungo e in largo per la regione (e non solo) e sembra dare il meglio di sé nelle aree vulcaniche della Campania (Irpinia, Taburno,  Roccamonfina) e della Basilicata (Vulture). Tuttavia esistono altri luoghi in cui l’Aglianico, vitigno solido e identitario, affonda liberamente nella terra e ne esprime il carattere in perfetto accordo con la potenza pura che il vitigno sa esprimere. Il Cilento è uno di questi luoghi.

Il Cilento è una terra che fa storia a sé nella Campania, storicamente luogo semiabbandonato anche a causa della sua morfologia difficile, è un territorio non vulcanico che va dalla costa con un mare splendido ai 2.000 metri delle vette innevate del Cervati, passando per una moltitudine di piccolissimi paesi arroccati sulle colline. E proprio in uno di quei paesini, l’ex dj ed appassionato di musica, Salvatore Magnoni conduce un’avviata azienda agricola a Rutino, piccolo centro di nemmeno mille anime che però vanta una forte concentrazione di imprese vitivinicole (ce ne sono almeno tre) rendendolo il paese mediamente più vocato del Cilento.

Salvatore possiede circa trenta ettari di proprietà, di cui otto destinati ad uliveto ed appena due vitati. Un’unica piccola vigna sul ciglio della collina, affacciata sulla valle del fiume Alento e verso il Monte Stella. 300 m sul livello del mare, terreno argilloso calcareo ricco di pietre, pendenza del 20-25%, esposizione sud – sudovest. Circa 10000 piante di Aglianico allevate a guyot  per una produzione vinicola minimalista che prevede soltanto due etichette, entrambe Cilento Aglianico Dop: il Primalaterra e il Rosso del Ciglio.

Ho conosciuto Salvatore in un degli appuntamenti della piccola fiera di V.A.N. a Roma nel febbraio del 2015 e l’incontro con i suoi vini (forse sarebbe più opportuno definirlo scontro vista la potenza con cui mi hanno travolto)  è stato folgorante: sebbene preferisca l’eleganza minerale dei cugini vulcanici, la scoperta di un Aglianico wild e genuino made in Cilento è stata una piacevolissima sorpresa.

Bella e piacevole la fruttuosità e immediatezza del Rosso del Ciglio 2013 (la prima annata in produzione), decisamente più cerebrale e intrigante l’austerità del Primalaterra 2012, quasi ai limiti della scontrosità. Un duello quello con l’etichetta principale della produzione di Salvatore che si era risolto con uno sfoggio di rude potenza da parte del suo Aglianico, che aveva appena terminato il suo affinamento ma che esigeva ancora diverso tempo per spuntare le unghie e trovare la sua strada. Un tempo che personalmente ho deciso di provare a concedergli portandomene a casa una bottiglia.

Com’è fatto il Primalaterra? Le uve ottenute da piante giovani (età media 13 anni), coltivate a guyot, sono raccolte a inizio ottobre. La fermentazione spontanea avviene in acciaio ed è corretta in corsa attraverso l’uso di un pied de cuve, fatto con le proprie uve fermentate naturalmente.

Precisazione obbligatoria, rivolta a chi tra i puristi mette in discussione la pratica bollandola come poco naturale o semplicemente storce il naso perché vorrebbe un vino ottenuto da una fermentazione selvaggia tout court: bisogna ricordare che non tutte le uve sono uguali e non tutti i lieviti sono “simpatici”. L’Aglianico è una varietà di uva che attira sulla propria buccia una bella quantità di lieviti un po’ stronzi (come li ha definiti un amico vignaiolo che con quest’uva ci campa) e senza questa antica tecnica si lascerebbe al caso la fermentazione alcolica naturale, con il rischio (a certe latitudini e con certe uve è quasi una certezza) che i lieviti apiculati, e non-saccharomyces, creino “deviazioni” olfattive decisamente non gradevoli.  Non è casuale che tutti i produttori di vini naturali ottenuti da Aglianico che conosco personalmente si affidino al pied de cuve, non tanto per far partire la fermentazione, ma per dare una mano ai saccharomyces a prendere il sopravvento sugli apiculati prima che questi facciano danni irreparabili e trasformino i sentori animali che quest’uva sviluppa nei vini in orrende puzze.

Torniamo al Primalaterra. Quando la fermentazione è bene attivata Salvatore aggiunge il pied de cuve alla massa totale di vino, che fa circa venti giorni di macerazione (ovviamente la durata dipende da come è andata l’annata) senza controllo della temperatura. Il Primalaterra matura per venti mesi in botti grandi di legno francese, dove avviene anche la malolattica, e poi trascorre in vetro altri quattro mesi. Niente solfiti aggiunti e nessuna filtrazione. La gradazione raggiunge e talvolta supera i quattordici gradi. Nell’annata in questione, la 2012, molto calda, si toccano i 16 gradi.

Ho aperto la bottiglia di Primalaterra 2012 esattamente tre anni dopo quel primo assaggio, curioso di scoprire come il tempo avesse lavorato su questo vino. Nel calice si mostra di un rubino intenso, con un cuore denso e inchiostrato e lampi che dal porpora iniziano a virare sul granato.

Chiuso e diffidente come un contadino cilentano d’altri tempi davanti a uno sconosciuto. Con il passare del tempo inizia ad aprirsi un primo confuso ventaglio di sfumature odorose in cui si riconoscono flebili cenni di terra bagnata e poi con decisione amarene sotto spirito e prugne in confettura, veicolate da un apporto alcolico che si avverte potente al naso.  Lui è diffidente e decido di lasciarlo tranquillo a riprendere confidenza con l’ossigeno per alcuni minuti prima di affrontarlo di nuovo. Al secondo tentativo di indagine la diffidenza c’è ancora, ma è diminuita e il Primalaterra concede apertamente la frutta sotto spirito avvertita prima, accompagnata questa volta da cenni balsamici di eucalipto e note di cuoio.  Qualche minuto ancora ed emergono intriganti note di liquirizia e goudron a completare un quadro molto interessante ma che rimane tuttavia un po’ disturbato dall’alcol.

Accosto il calice alla bocca e un treno mi centra in pieno: il palato è subito invaso da una sensazione molto calda, per via dell’elevata alcolicità che, va detto, disturba un filino, e amplifica il fruttato maturo e sotto spirito (prugne e amarene), accompagnato da un tannino fitto e vellutato, ma non ancora integrato a dovere, che incede graffiando piacevolmente la lingua e aprendo la strada a un gusto amaro di liquirizia e caramella al rabarbaro. Buona la sapidità e la freschezza, anche se sono messe in difficoltà da una potenza alcolica notevole che le rende meno percepibili. E’ un vino nel complesso strutturato, corposo e persistente, da assumere in piccole dosi. Mi ha letteralmente preso a ceffoni prima di scoprire un po’ le carte e anche dopo. Frutto dell’annata? Forse. Di sicuro il Primalaterra 2013 che ho già assaggiato in un’altra circostanza e di cui conservo ancora una bottiglia è meno esuberante dal punto di vista della gradazione alcolica. In ogni caso il Primalaterra 2012, ancorché ruvido, è un gran bel vino, un bel po’ cazzuto (passatemi il termine), da gustare adesso per accompagnare preparazioni strong a base di carne e formaggioni-oni di quelli belli stagionati e dal grasso importante. Ad averne ancora una bottiglia personalmente la terrei da parte perlomeno per i prossimi quattro-cinque anni prima di aprirla, nella speranza che il vetro “addomestichi” un po’ lo spirito ruvido e potente di questo figlio del Cilento.

Non è un caso se Salvatore ha deciso di mettere in barriques per altri 12 mesi una parte del Primalaterra 2012, nel tentativo di attenuarne l’esuberanza, e poi ne ha confezionato una riserva in magnum per esaltarne la morbidezza. Ecco, sarei molto curioso di assaggiare la riserva, magari tra un annetto e magari in una bella verticale di quattro o cinque annate di Primalaterra. Credo che farò questa malsana proposta a Salvatore al nostro prossimo incontro, chissà che non ceda alle mie lusinghe e decida di accontentarmi.

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