La Barbera è femmina: viaggio esistenziale tra le pagine del libro di Marzia Pinotti e una verticale “orgasmotica” di 7 annate di Monleale di Walter Massa

Un viaggio esistenziale a scompaginare l’omologazione del gusto e del linguaggio, una serata di pancia e di cuore che va oltre la singola degustazione di “orgasmotiche” liquidità piemontesi e la presentazione di un pregevole omaggio letterario alla Barbera, un vitigno e un vino popolano e popolare, mai celebrato a dovere.

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L’atmosfera intima e distesa di un venerdì sera presso l’enoteca Il Sorì, a Roma, ha fatto da scenario ideale per il racconto di un “viaggio non solo sentimentale alla scoperta di un vino e di un’Italia che cambia” attraverso il quale Marzia Pinotti, nel suo La Barbera è femmina”  (Edizioni Estemporanee) restituisce dignità storica ed emozionale ad un vino quasi dimenticato per quaranta anni dopo lo spazio dedicatogli da Mario Soldati in Vino al vino (l’ultimo dei tre libri è del 1976).

Ad accompagnare la presentazione di un libro del genere non poteva non esserci una degustazione, ovviamente di Barbera. Meno ovvio che fosse la Barbera di un grandissimo produttore di vino bianco dei Colli Tortonesi, o se preferite il re del Timorasso, Walter Massa.

Le sette annate di Monleale, non troppo raccontate dall’istrionico produttore che si definisce un rossista incompreso, sono state compagne perfette per una lunga corsa (perché Massa corre con i pensieri e le parole così come faceva, e forse fa tutt’ora, in moto) attraverso la storia della sua Barbera, dell’azienda e di Walter uomo e vignaiolo, con incursioni nella politica, nell’economia e nella filosofia.

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Una serata disarmante e gioviale come la Barbera di Walter, femmina ammaliante e spigolosa, giustamente civettuola, succosa e vibrante come deve essere un vino “orgasmotico” (è un termine che a Massa piace troppo, quasi quanto il vino buono) che è sempre buono da bere per dissetarsi, per accompagnare il pasto, per assecondare quattro chiacchiere, da soli o in compagnia.

Sette le annate di Barbera Monleale che abbiamo bevuto in questa splendida serata: 1978, 1990, 2000, 2003, 2004, 2009, 2010.

1978 – Trentotto anni e non dimostrarli, a partire dalla limpida veste rubino tendente all’aranciato. Vivissima e vibrante acidità avvertibile persino al naso nel quale si distinguono tracce ematiche, quasi rugginose, note di arancia rossa e mora di rovo che anticipano un sorso terso e sugoso. Qualcuno le ha affiancato la figura del barcollante Dorando Pietri che arriva esausto al traguardo nella maratona delle olimpiadi di Londra nel 1908. Forse non esattamente lusinghiero come accostamento per una barbera old style, che è convinta di non avere 38 anni, e che regala ancora emozioni ruggenti.

1990 – Il campione…pardon, la campionessa Una barbera potenzialmente eterna. Bella alla vista nel suo rubino luminoso e limpido che vira sul granato. Impressionante per complessità giocata in più momenti: a tratti è giovane donna che ostenta l’esuberante maturità del frutto appena raggiunta con un cesto di piccoli frutti e visciole, a tratti è una donna già fatta, sicura del suo fascino, che ti impone di voltarsi al passaggio dei suoi toni speziati di cardamomo, chiodi di garofano e liquirizia.  In bocca è un guanto di velluto che carezza lingua e palato e lascia striature di impressionante freschezza. Finale lunghissimo e appagante. Vino longevo che ha ancora davanti a sé una lunga vita. 

2000 – Annata calda, esuberanza alcolica tenuta a freno dall’acidità del vitigno. Rosso rubino intenso. Al naso prevalgono toni scuri di amarena in confetture, cacao amaro, terra bagnata e ricordi fungini. In bocca è meno ciccione che al naso, la percezione della freschezza è attenuata da una consistenza alcolica ben avvertibile. Tuttavia scorre piacevolmente riproponendo una buona corrispondenza gusto-olfattiva. Morbido e vellutato con piacevoli striature amaricanti in un finale di buona lunghezza che richiama il rabarbaro e la liquirizia.

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2003 – Annata calda anche questa. L’acidità corredo genetico della Barbera è una manna in casi come questo dove dare un freno all’alcool è più che necessario, quasi vitale. Sangue di piccione con unghia rubino. Visciole e more, cacao, terra bagnata. Naso di non particolare complessità. In bocca è caldo e morbido ma una buona vena acida e la sapidità ferrosa tengono botta: l’indole della barbera spigolosa sotto le sue suadenti morbidezze non muore mai e regala un finale succoso di more.

2004 – Insidia molto da vicino la 1990. Siamo in presenza anche qui di una barbera potenzialmente eterna. Rosso rubino luminoso e limpido. Naso ampio e denso di ricordi di piccoli frutti e visciole innestati su una trama balsamica e speziata da cannella e chiodi di garofano. Note ferrose aprono la strada a sentori di sottobosco e tabacco. In bocca è morbido, scivola setoso su lingua e palato con un tannino sferico e fuso alla perfezione in un sorso di impressionante freschezza in cui le corrispondenze gusto olfattive sono perfette. Finale lunghissimo e appagante. Godurioso incontro con una giovanissima bella donna che promette di raggiungere lo status di bevuta orgasmotica. Nella batteria è il preferito di Walter e se ne capisce il perché. Ha davanti a sé una lunghissima vita. 

2009 – Rosso rubino carico. Naso di media complessità articolato su note di more, terra bagnata, carne cruda. Bocca fresca e succosa con un tannino levigato che fa appena capolino. Spigoli e carezze da giovane donna che approccia all’amore. Crescerà e farà parlare di sé, non sfigurando davanti alla bellezza delle sue sorelle maggiori.

2010 – Piccola Lolita sfrontata che ti invita su terreni scivolosi: promette morbidezze in futuro, per ora offre freschezza a profusione e capricci olfattivi da frutto acerbo. Rubino limpido. Note acidule di more di rovo acerbe, ciliege, terra rossa e arancia sanguinella. Bocca fresca e succosa con un tannino appena accennato che amplifica lievemente gli spigoli di questa barbera da aspettare ma già succosa e dissetante.

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