La Grecia nel bicchiere – Cronaca enoica di un viaggio ad Atene (parte prima)

Il vino per l’uomo è come l’acqua per le piante, che in giusta dose le fa stare bene erette. (Platone – Atene, 428 a.C. circa – Atene, 348 a.C. circa)

Il vino eleva l’ anima e i pensieri, e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’uomo. (Pindaro – Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa)

Il bronzo è lo specchio del volto, il vino quello della mente.  (Eschilo – Eleusi, 525 a.C. – Gela, 456 a.C.)

Senza Roma e la sua grande espansione territoriale, alla quale si è accompagnata l’estensione della coltura della vite, il vino probabilmente non sarebbe la bevanda che oggi beviamo con diletto. La medesima considerazione dobbiamo farla in merito a ciò che gli antichi colonizzatori greci fecero, introducendo la vite e il culto del vino, nelle terre e nei luoghi in cui arrivavano. Da quei luoghi la diffusione fu ampia e imponente e ancora oggi, a distanza di decine di secoli, i risultati sono vivi e ben radicati nelle culture dei paesi Europei. Nonostante l’importanza del vino nella cultura dell’antica Grecia, un fattore che avrebbe fatto pensare ad uno sviluppo dell’enologia del paese senza pari in nessun altro luogo del mondo, la produzione di vino in Grecia ha vissuto nei secoli scorsi un lungo periodo di recessione. Solo di recente, in particolar modo negli ultimi 30 anni, l’enologia greca, nel tentativo di recuperare il terreno perduto, sta muovendo passi incoraggianti verso la produzione di vini di qualità.

Scrivere di quello che non ho vissuto personalmente non mi appartiene e sebbene in questo mio piccolo blog mancasse finora un post dedicato alla madrepatria enoica dell’occidente e sebbene ci fosse da parte mia l’intenzione di colmare questa lacuna ho dovuto attendere l’occasione di un viaggio nella Grecia di oggi, e più precisamente ad Atene, per raccontare il mio primo incontro con i vini dell’odierna Ellade.

L’attuale piattaforma ampelografica greca è seconda solo a quella italiana, con circa 300 diverse cultivar autoctone, alle quali si affiancano uve “internazionali” che ricoprono solamente una minima parte della superficie vitata del territorio ellenico e spesso vengono utilizzate cin blend alle uve locali. Fra “i padroni di casa” a bacca bianca si ricordano soprattutto Assyrtiko, Moschofilero, Moscato Bianco, Robola (in passato confusa con la Ribolla), Roditis e Savatiano, l’uva principalmente utilizzata per la produzione del celebre Retsina e quella più diffusamente coltivata nell’intero Paese. Fra gli autoctoni a bacca rossa troviamo Agiorgitiko, Kotsifali, Limnio, Mandelari, Mavrodaphne, Negoska, Stavroto, Krassato e Xynomavro. La produzione enologica riguarda per il 75-80% vini bianchi, circa il 15% è rappresentato da vini rossi e la parte restante è relativa ai vini dolci.

moschofilero2

Un grappolo di moschofilero

Nella mia personale esperienza di degustazione non avevo mai avvicinato alle labbra un bicchiere di vino greco e quindi la curiosità mi ha spinto a sperimentare nei miei quattro giorni di vacanza ateniese e non sempre gli assaggi sono stati soddisfacenti. Il primo approccio è stato con un bianco da uve Moschofilero che a dirla tutta mi ha fatto storcere un po’ il naso. Il Moschofilero è un vitigno autoctono dell’altopiano di Mantinea nel Peloponneso centrale e appartiene alla grande famiglia della varietà Fileri di cui è il rappresentante più nobile. A causa della sua scarsa adattabilità non viene, praticamente, coltivato altrove. Uva aromatica, tarda a maturare per via dell’altitudine e del clima dell’altopiano e si vendemmia all’inizio di ottobre. Sebbene la sua bacca non sia esattamente bianca, ma tende al rosa, dà vini bianchi. Se vinificato con una prolungata macerazione sulle bucce il Moschofilero dà vini di un colore a metà tra il rosato e il grigio, proprio come i pinot gris che sostano a lungo sulle bucce. I bianchi ottenuti da Moschofilero sono secchi, molto fruttati, con una predominanza della rosa (specie nelle zone più basse), del limone, della mela verde e di frutti esotici (lichee). Di solito il corpo è medio, l’acidità alta e molto gradevole, il contenuto alcolico medio, la persistenza non particolarmente lunga.

Moschofilero

Moschofilero Lafazanis

Quello che ho assaggiato in un grazioso localino situato su una via pedonale con vista sull’antica Agorà è un Moschofilero Peloponneso Igp 2013, prodotto da Lafazanis, con 100% uve moschofilero della zona di Mantinea,  e mi è stato servito in una bottiglietta da 25 cl col tappo a vite. Paglierino tenue con riflessi verdolini, un bell’attacco intenso di rosa su un lievissimo sfondo di limone e accenni muschiati dapprima intensi e poi via via più evanescenti. Peccato che il giochino si esaurisca tutto in questa verticalità aromatica. In bocca la progressione acido-sapida si interrompe subito e la freschezza è l’unica nota positiva visto che la nota di rosa è invadente, copre ogni altro sentore e regala un finale amarognolo non piacevolissimo (capita che gli aromatici per via di un eccessivo rilascio dei terpeni assuma questo finale amaro). Primo impatto deludente, da collocare sullo stesso piano del peggior Gewürztraminer che possiate trovare in giro (a livello emozionale forse anche peggio del Tavernello, che non è fatto col gewürztraminer) per la modica (si fa per dire) cifra di 4,50 €. Se considerate la logica del prezzo gonfiato per il locale turistico, il costo vero della bottiglietta non dovrebbe essere superiore a 1 – 1,50 €. Ovviamente sono abbastanza sicuro che il produttore faccia di meglio e magari una bottiglia da 0,750 l di una linea diversa da questa sia tutt’altra cosa.

Decisamente meglio è andata la sera stessa quando, ritornando verso il nostro appartamento, abbiamo fatto una sosta da Brettos, la più antica distilleria di Atene (la seconda in Europa, sostengono), aperta nel 1909 nel cuore di Plaka.

Brettos Bar - Kidathineon 41, Atene

Brettos Bar – Kidathineon 41, Atene

E’ un luogo poco frequentato dagli ateniesi, ma molto in voga per i ritrovi degli altri Europei che vivono in città. Pittoresco con le sue due pareti di bottiglie colorate, la bellissima insegna in ferro battuto con la scritta “Brettos”, e una parete di botti di Ouzo, ma non solo. Brettos ha anche il pregio di offrire 150 differenti tipi di vino al bicchiere e 30 diversi distillati, incluse le diverse tipologie di Ouzo contenute nelle botti e prodotte in proprio. Qui ho avuto il primo incontro ravvicinato con il Mavrodaphne di Patrasso, uno straordinario vino rosso dolce.

Grappolo di Mavrodaphne

Grappolo di mavrodaphne

Il Mavrodaphne (o Mavrodafni) è un vitigno a bacca rossa autoctono della Acaia (Patrasso/Peloponneso nord occidentale) e dell’isola di Cefalonia, coltivato con successo anche nell’Elide (Peloponneso occidentale). E’ una varietà sensibile alla siccità e alla peronospera, mentre mostra una buona resistenza alle muffe. Vendemmiato nella seconda metà di settembre, il Mavrodaphne è tradizionalmente utilizzato per la produzione di vini rossi dolci, con passaggi pluriennali in botte, dalla lunga e anche lunghissima evoluzione. In bocca è complesso, di media acidità, lunga e piacevole la persistenza. Molto interessanti, sebbene rari, risultano i vini secchi ottenuti dal Mavrodaphne.

Quello degustato da Brettos è un Mavrodaphne di Patrasso non fortificato (che mi pare di capire sia invece la versione più tipica) ma, come mi spiega il ragazzo al bancone, è ottenuto dalla vinificazione di una parte di uve appassite e di una parte di uve surmature ed è ancora molto giovane visto che il suo colore è tendente al rubino cupo e non ha virato sulle tonalità dell’ambra scura e del mogano.  Il dramma vero è che la degustazione è arrivata alla fine di una giornata intensa, fatta di caldo e lunghe camminate e col cervello completamente fritto ho dimenticato di annotarmi annata e produttore.  Trattandosi del primo assaggio mi autoassolvo e mi limiterò a considerare solo le impressioni del bicchiere. Al naso il passaggio in legno si avverte per via di note di vaniglia e boisé che sullo sfondo accompagnano, e a tratti coprono un po’, sentori di confettura di prugne, uva passa, mirtilli, cacao e impressioni balsamico-aromatiche di mirto e alloro (non è un caso se Mavrodaphne vuol dire alloro nero). In bocca è dolce e caldo, morbidissimo. Pecca un po’ sulle componenti dure: poco fresco e moderatamente sapido, se non fosse per la trama tannica di un certo peso rischierebbe di essere stucchevole. Come potete ben intuire non è molto equilibrato, ma probabilmente esistono esemplari più rappresentativi. Nel complesso è andata meglio alle mie compagne di viaggio che hanno gradito i tre bicchieri di Ouzo Blue (il più leggero) della casa che hanno potuto provare in questo simpatico e colorato locale.

Continua….

 

 

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