Sardinia old style – Il fascino dei bianchi di Altea Illotto da uve Nasco e Nuragus

Personalmente ho sempre considerato i vini ottenuti da vitigni autoctoni di una regione, come quelli in grado di restituire in maniera più fedele nel bicchiere l’autentica espressione del terroir di appartenenza. Ho imparato grazie a diverse esperienze di assaggio e soprattutto grazie a questi primi mesi del corso da sommelier che non si tratta di una verità assoluta e che esistono casi in cui anche un vitigno alloctono è in grado di riprodurre a modo suo, con sfaccettature oltremodo interessanti, l’anima (o comunque alcuni aspetti) del terroir.

vigneto luglio

Ovviamente non sto parlando in alcun modo della qualità assoluta di un vino, sia chiaro. Ciò a cui mi riferisco è più facilmente riconducibile all’elemento tipicità: un traminer allevato sulle pendici dell’Etna potrà dare vini straordinari ma non sarà certamente tipico come può esserlo un carricante o un cataratto perché la tipicità dell’autoctono è un qualcosa che va al di là della straordinaria capacità che il traminer potrà dimostrare nell’imparare più o meno velocemente “il siciliano”.
Se come me avete questa particolare fissazione, e volete partire alla scoperta di vini ottenuti da vitigni autoctoni o da cultivar semisconosciute, sappiate che per portare a termine questa missione non esistono luoghi migliori dai quali partire delle fiere o degli eventi che raccolgono molti produttori, e in modo particolare quelli che io definisco simpaticamente “biointegralisti” o “biofondamentalisti”. Ed è stato proprio l’ultimo evento di questo genere, la seconda data romana del Natural Critical Wine, alla Città dell’Altra Economia, che mi ha dato l’opportunità di effettuare diversi assaggi interessanti e di scoprire autentiche chicche.
Tra i vini che mi hanno colpito di più ci sono sicuramente i bianchi di Altea Illotto, (azienda agricola sarda nata nel 1992 e che produce anche un ottimo olio) entrambi ottenuti vinificando Nasco e Nuragus, uve autoctone sarde praticamente sconosciute “in continente”, assieme al più noto Vermentino.
Uva Nasco

Uva Nasco

L’uva Nasco è una cultivar antichissima della Sardegna sud occidentale (diffusa prevalentemente nelle province di Cagliari e Oristano) e praticamente abbandonata negli ultimi anni da tanti produttori. Da essa i pochi che la coltivano ne traggono soprattutto vini dolci, raramente liquorosi, e assai più raramente secchi. Il Nuragus fino a una ventina di anni fa era il vitigno a bacca bianca più diffuso  in Sardegna, poi è stato espiantato in modo massiccio, in seguito ai contributi per l’estirpazione delle superfici vitate dell’UE e attualmente la sua produzione è la metà di quella del Vermentino. Pochissime sono le realtà vitivinicole che lo imbottigliano, spesso in aggiunta a uve da vitigni internazionali. Utilizzando queste due splendide uve, Maurizio Altea e Adele Illotto, realizzano due bianchi di grande personalità e struttura che portano nel bicchiere una sorta di Sardinia old style che ho avuto la fortuna di assaggiare. Al Natural Critical Wine è stato possibile degustare due annate diverse dell’Altea Bianco Sibiola Igt, la 2012 e la 2013, e il Papilio 2013.

L’Altea Bianco (Nasco 80% e Vermentino 20%) è ottenuto esclusivamente da uve di vigneti di proprietà dell’azienda situati nel  territorio di Sibiola (esattamente nel comune di Serdiana, 20 km a nord di Cagliari), a 130 m slm e caratterizzato da suoli di medio impasto composti da calcari argillosi di origine miocenica. Le uve vendemmiate a inizio settembre, con una resa di 60 q/ha, subiscono una macerazione di 6 ore. Il vino affina 6 mesi sur lie e il risultato nel bicchiere è uno splendido giallo paglierino molto carico tendente al dorato, con un naso che a detta del produttore cambia repentinamente nel giro di un anno.

Altea biancoL’Altea bianco 2013 è apparso nel bicchiere di un giallo paglierino intenso tendente al dorato, al naso è un tripudio di frutta (pesca gialla e agrumi) e fiori (zagara, lavanda e ginestra) con una lieve nota di muschio e un accenno di crosta di pane (merito dei lieviti). In bocca dimostra una splendida progressione acido-sapida, è quasi marino, con una buona corrispondenza gusto olfattiva e un finale lievemente ammandorlato. Impressiona per calore e struttura e dimostra un buon equilibrio che tuttavia è destinato a migliorare col tempo.

L’Altea bianco 2012 si è mostrato nel bicchiere con un’accattivante veste brillante giallo dorata e, fedele alle indicazioni di Adele Illotto, ha dimostrato una complessità olfattiva eccezionale con evidentissimi sentori di muschio e macchia mediterranea (rosmarino, lentisco, salvia) un crescendo minerale quasi salmastro e iodato su un fondo elegante di agrumi, richiami floreali di zagara e lavanda e un finale di nocciola e pan brioche. In bocca è secco, caldo e ha una buona progressione acido-sapida. La freschezza cede un po’ a favore di una maggiore morbidezza. Ottima la corrispondenza gusto olfattiva con un piacevole finale di mandorle e nocciole. In definitiva mostra un equilibrio quasi ottimale pur avendo buoni margini per  ottenere una maturità e una complessità espressiva maggiore fra qualche anno.
Ceppo di Nuragus

Ceppo di Nuragus

 

Il Papilio 2013 è a base Nuragus con l’aggiunta di Nasco e Vermentino. Sebbene solitamente secondo le indicazioni del produttore la percentuale di Nasco sia del 90%, l’annata 2013 ha una percentuale minore (l’80%) e un saldo maggiore di Nasco e Vermentino. Il Papilio è ottenuto dalla fermentazione spontanea (tutti i vini dell’azienda sono ottenuti tramite fermentazione spontanea senza l’aggiunta di lieviti selezionati) dell’uva di un vigneto che ha più di 50 anni. Nel bicchiere è di un giallo paglierino intenso tendente al dorato.

Papilio

All’olfatto è inizialmente un po’ timido e si schiude lentamente presentando un timbro di frutta matura quasi ossidata (mela golden e susina matura), uno sfondo floreale tenue in cui emerge la lavanda e un accenno di erbe aromatiche e di lievito. Al gusto è pieno, sorretto da buona freschezza e sapidità si dimostra caldo e sufficientemente morbido. I sei mesi di permanenza sui lieviti gli garantiscono struttura e pienezza molto simili a quelli di un vino rosso di medio corpo, rendendolo un bianco versatile da abbinare a diversi piatti della cucina locale e mediterranea in genere.

2 pensieri su “Sardinia old style – Il fascino dei bianchi di Altea Illotto da uve Nasco e Nuragus

  1. Egregio,
    Grazie per l’articolo sul traminer dell’Etna. Semplicemente volevo ribadire e precisare il fatto che il traminer sull’Etna e’ stato da me impiantato nel “90” in una zona fuori dalla doc Etna ed a quota 1100 dove il carricante non potrà dare uva buona nemmeno per fare spumante. Inoltre preciso che il catarratto non è un vitigno etneo ma della Sicilia occidentale. Anticamente vi era solo una vigna sopra santa Venerina, oggi è un vitigno che rientra nel disciplinare doc Etna bianco ma non perché autoctono.
    Non posso e non voglio andare oltre. Se vuole spiegazioni mi contatti e riservatamente le potrò dare indicazioni sul territorio, vitigni e persone dell’Etna.
    Grazie
    Nunzio Puglisi

    • Signor Puglisi la ringrazio per il commento. Il riferimento al traminer allevato sull’Etna era ad hoc per far intuire ai lettori che la tipicità è un elemento che esula dalla grandezza di un vino e non volevo utilizzare l’abusato paragone dello straordinario chardonnay di Tasca d’Almerita. La ringrazio per la precisazione e colgo l’occasione per farle i complimenti perché ho avuto modo di assaggiare il suo traminer di recente, alla rassegna Natural Critical Wine alla Città dell’altra economia a Roma, e da cultore del traminer aromatico devo dire che è davvero un gran bel vino così come lo è il suo Nerello Mascalese, che di certo è tra i più fedeli interpreti del terroir etneo che io abbia mai assaggiato. Quanto alla qualifica di vitigno autoctono che ho dato al catarratto, mi riferivo alla sua sicilianità (se mi passa il termine) e non alla sua matrice etnea. Ovviamente mi scuso con lei e con i lettori per l’uso che lei giustamente considera improprio dell’appellativo autoctono. Sono contento che abbia voluto spendere del tempo per leggere quello che ho scritto, in fondo sono un semplice appassionato che studia per migliorare la sua conoscenza e comprensione del vino e sapere che chi il vino lo produce legge quello che scrivo è incoraggiante. Spero di poter venire un giorno a trovarla a Randazzo e a vedere il suo splendido vigneto in quota.

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