Le Vin Noir: la riscossa del Malbec – Château Saint-Didier-Parnac Prieuré de Cénac AOC Cahors 2004

Fin dal Medioevo, solo il vino proveniente dalle vigne della zona di Quercy, l’antica provincia del sud-ovest della Francia, poteva fregiarsi dell’appellativo di vino nero. Il perché è presto detto: provate a mettere una bottiglia in controluce e apprezzerete le tonalità dense e profonde come l’inchiostro. I vini rossi di Cahors sono considerati i più scuri al mondo, oltre ad essere tra i vini francesi più strutturati e ricchi. 

un grappolo di Malbec

un grappolo di Malbec

Nel 1971 i vigneti della zona di Cahors hanno acquisito l’ambita qualifica di A.O.C. (Appellation d’Origin Controllée): secondo i rigidi regolamenti dell’Appellation, il Cahors dev’essere composto da almeno il 70% di Malbec e, per il restante 30%, dal più rotondo Merlot o dall’autoctono Tannat, il cépage così ricco in tannini da farne derivare il proprio nome.
Tra i vini francesi, il Malbec è il vitigno più rappresentativo della categoria tutta francese dei vini neri, nome dovuto all’intensità del rosso cupo, con riflessi di porpora e di viola.  Al palato il Malbec si offre corposo, robusto, di buona acidità e di componente tannica di qualità elegante. Fino a qualche decennio fa veniva usato spesso nel taglio dei vini bordolesi, che poi si sono orientati verso vitigni più semplici da gestire. 

vini rossi di Cahors sono ammantati di una storia tanto turbolenta quanto affascinante: le vigne furono piantate dai legionari Romani più di 2.000 anni fa. Nel corso del tempo, la politica annonaria di Roma, che mirava a fare della Francia il granaio dell’Impero, sacrificò le viti alle coltivazioni cerealicole. Solo alla fine del terzo secolo, l’imperatore Probo, una delle figure più celebrate della storia della vinificazione antica, ristabilì su larga scala la produzione vitivinicola della regione. 
Da allora, il Cahors godette di larga fama e di un’esportazione su vasta scala, soprattutto in Inghilterra e in Germania, a svantaggio dei vini della vicina Bordeaux. I tentativi di boicottaggio da parte dei viticoltori bordolesi furono numerosi, fino al punto che, nel 1241, questi ottennero per i vini di Cahors che Enrico III d’Inghilterra (dal momento che allora quel territorio era dominio inglese) ne vietasse la commercializzazione dal porto di Bordeaux, principale sbocco commerciale con l’isola britannica. 
Il rapporto con l’attigua regione del bordolese è più complesso in realtà: quando dal 17simo secolo, la popolarità dei vini girondini (la Gironda è l’estuario formato dai fiumi Dordogna e Garonna, che confluiscono a valle di Bordeaux) divenne tale da creare il “mito” del claret de Bordeaux, e l’offerta non bastava a soddisfare la domanda che veniva soprattutto dall’Inghilterra, le più cariche e ricche vendemmie di Cahors vennero impiegate per rafforzare esportazioni così remunerative.
Per quanto penalizzato sul piano della “distribuzione”, e tuttavia forse proprio in virtù di questa circostanza, i vini di Cahors hanno sempre goduto di un prestigio e di una fama leggendaria: papa Giovanni XXII, nato e cresciuto a proprio a Cahors, si spese molto per la sua promozione e nel 1326 fece impiantare sulle sponde del fiume Lot una “vigna papale”. 

Vigneti a Cahors

Vigneti a Cahors

 

Alla fine del ‘600, lo zar di Russia, Pietro I “il Grande”, riteneva che l’alta concentrazione di tannini fosse d’aiuto alla sua ulcera ed al suo stomaco delicato. Alla fine del diciannovesimo secolo, le viti di Cahors furono devastate dall’infestazione della filossera. Il territorio fu lasciato in abbandono e i viticoltori emigrarono. Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che – risarcimento della Storia! – per iniziativa di un viticoltore di Bordeaux, i vigneti furono ricostituiti con uve Malbec vigorose e ricche in tannini provenienti dall’Auxerrois, talvolta assemblati con Merlot Tannat per un più moderno gusto fruttato. Gli Imperatori romani non avrebbero apprezzato: amavano questi vini scuri dal gusto intenso e non si preoccupavano di “dettagli” insignificanti come il “bouquet” o i sentori floreali. 
La vera rinascita di questi vigneti ebbe luogo nel decennio 1960-1970 fino alla consacrazione ottenuta con il l’attribuzione della denominazione di AOC nel 1971.  Oggi l’area coltivata a vigne consentita dall’AOC si estende su 4.050 ettari, il che rende il Cahors-Malbec uno tra i vini francesi più rari ed è il motivo per cui è così difficile trovarlo nelle enoteche al di fuori della Francia. 

cahors-prieure-cenac-d-75 Qualche anno fa, grazie alla tanto vituperata grande distribuzione, sono venuto in possesso di una bottiglia di Château Saint-Didier-Parnac Prieuré de Cénac AOC Cahors 2004, realizzato con un 85% di Malbec e un 15% di Merlot. La bottiglia è rimasta in cantina per un bel po’ e qualche giorno fa ho deciso di stapparla sperando che le pessime condizioni della mia cantina non avessero fatto andare a male il vino. A 10 anni dalla vendemmia poteva essere un rischio proporlo a pranzo per il compleanno di mia madre, ma avevo la sensazione che avrebbe risposto alla perfezione alla chiamata alle armi. Non mi sbagliavo. Nel bicchiere si è mostrato più che viola scuro impenetrabile, quasi nero. Al naso ha sorpreso con sentori di violetta, di piccoli frutti neri (mora e mirtillo), liquirizia, cioccolato e spezie fini. In bocca ha regalato una straordinaria complessità, grande estratto ma altrettanto grande bevibilità e una ottima progressione, tannini poderosi ma ben accordati, maturità perfetta, buona corrispondenza, nitido e rotondo, con un finale lunghissimo di cassis e confit e un ottima persistenza. Un vino nero che ti incanta, un vino estrattivo che ti incanta, un vino alcolico (13% neanche troppo) che ti incanta e con un prezzo abbordabile, visto e considerato che difficilmente una bottiglia di Château Saint-Didier-Parnac Prieuré de Cénac AOC Cahors supererà i 10 € (molto dipende dall’annata e dalla resa) e che al momento dell’acquisto io per questa bottiglia ho speso solo 5 €.

Se volete saperne di più sul vino di Cahors vi consiglio di dare una lettura all’articolo di Giuliano Lemme su Bibenda.it e al post di Rolando Mucciarelli  sul suo sito Storie del Vino.

 

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