Alla scoperta delle eccellenze della Calabria enoica: i vini della Masseria Falvo 1727

Produrre vini di grande qualità che sappiano esprimere la ricchezza e la complessità di un territorio estremamente vario e straordinariamente vocato. Questa la mission dei fratelli Ermanno e Piergiorgio Falvo, che guidano una delle realtà emergenti del panorama vitivinicolo calabrese. Quella della Masseria Falvo 1727 è una piccola produzione di vino, orientata tutta alla qualità e alla valorizzazione del terroir del Pollino. Ed è proprio all’interno del Parco Nazionale del Pollino che sorge una buona parte dei vigneti di proprietà: 26 ettari coltivati a Gaglioppo, Magliocco, Greco Nero, Malvasia, Guarnaccia e Traminer.

L’opportunità di conoscere da vicino la produzione della Masseria Falvo 1727, curata da uno dei migliori enologi italiani, Vincenzo Mercurio, mi è stata offerta dalla presentazione organizzata da Bibenda presso il prestigioso Rome Cavalieri di via Cadlolo, tra le altre cose sede dei corsi per sommelier organizzati dall’Ais, e soprattuto dall’insistenza dell’amico Tommaso, grande appassionato di vini meridionali (e calabresi soprattutto), che ha contattato i Falvo per ottenere l’invito all’evento.

Degustazione dei vini della Masseria Falvo 1727 al Rome Cavalieri

Degustazione dei vini della Masseria Falvo 1727 al Rome Cavalieri

Senza dubbio è stata una serata memorabile per il sottoscritto perché, oltre ad avermi fatto conoscere da vicino la produzione di una realtà di assoluto rilievo della Calabria enoica, mi ha fornito l’opportunità di accumulare in pochissimo tempo esperienze che di rado capitano ad un appassionato di basso profilo come me: partecipare in esclusiva alla prima verticale promossa da un’azienda per un proprio vino e degustare una riserva addirittura  due anni prima della sua uscita sul mercato.

La presentazione ha dimostrato l’altissima qualità dei vini bianchi della Masseria Falvo 1727. Tutti e due i bianchi realizzati, il Pircoca e il Donna Filomena, sono ottenuti da un vitigno autoctono di guarnaccia (minn’i vak) contaminato in piccolissime percentuali da altri vitigni a bacca bianca presenti in azienda. Tacerò del loro vino base, il Pircoca, sul quale potete trovare notizie in questo blog e mi limiterò nel raccontarvi della prima storica verticale (anche se mini visto che la degustazione riguardava solo le annate 2010, 2011 e 2012).

Enrico Malgi, sul blog di Luciano Pignataro descrive sapientemente le sfumature delle singole annate in degustazione e mi trova d’accordo su tutto o quasi. A beneficio di chi legge questo mio pretestuoso blog non posso non spiegare che il Donna Filomena è un Terre di Cosenza Doc ottenuto da un 70-75% circa di Guarnaccia e un saldo di Traminer. Il Traminer in Calabria? E perché no? “Allevato” in quota, sulle pendici del Pollino dà ottimi risultati come appunto il Donna Filomena certifica.

Donna Filomena Masseria Falvo 1727

Donna Filomena Masseria Falvo 1727

La prima annata in degustazione è stata la più giovane, la 2012, che nel bicchiere si è presentata di un giallino scarico, tendente al bianco con sfumature verdoline e riflessi radianti ai bordi.  Al naso il traminer spadroneggia e infatti i profumi sono intensamente speziati, floreali, fruttati e fragranti. Si avvertono lievi note di agrumi, e note vegetali non troppo invasive, parzialmente addolcite da un accenno di sambuco e da un tenue sentore di salmastro. L’impatto del vino in bocca ha una notevole intensità gustativa con toni piacevolmente freschi, fruttati e una buona ma non spiccata mineralità. Il finale è dolce, suadente e pervasivo.

Il Donna Filomena 2011 è apparso nel bicchiere di un giallo paglierino luminoso con riflessi verdolini sull’unghia. All’olfatto le note fruttate quasi straripanti percepite nell’annata successiva qui non si avvertono con la stessa intensità, i profumi sono più tenui e si percepiscono note floreali (rosa), sensazioni di agrumi e frutta tropicale (ananas), aromi erbacei evidenti e a tratti non gradevolissimi (fieno bagnato), una nota minerale marcata. In bocca sa di uva appena spremuta e frutta secca, ha una pregevole tensione salina, ed è speziato, sapido e minerale. Ha una buona rotondità e un finale lunghissimo ed appagante.

Il millesimo 2010, come sottolinea Enrico Malgi “ha quasi completato il suo ciclo di maturazione e questo lo si può scorgere già all’esame visivo, laddove evidenzia un colore paglierino carico. Il bouquet ha una dimensione profonda ed espressiva. Il tratto fruttato è esoticamente coinvolgente, la timbrica vegetale è finemente disegnata, la sfumata mineralità è esaltante. In bocca il sorso possiede una lunghezza gustativa che sa di albicocca, di arancia e/o di sapidità e di mineralità. Il corredo palatale è pimpante, dinamico, minerale, rotondo, tonico, energico, grintoso, scattante e vitale. Il finale è deliziosamente lungo ed appagante. Nel complesso, quindi, si può affermare che siamo in presenza di un ottimo vino sicuramente ancora in fase di evoluzione e segnato da un radioso e sicuro futuro”.

Difficile descriverlo meglio e quindi mi limiterò ad aggiungere solo che personalmente ho trovato anche io l’annata in questione, la 2010, esaltante. Sicuramente ha raggiunto la sua completa maturazione ma sebbene credo che possa evolvere ancora, non sono così sicuro che abbia nelle sue caratteristiche la longevità che invece dovrebbe avere (anche a detta dell’enologo) l’annata 2011.

Vigneti innevati alle pendici del Pollino

Vigneti innevati alle pendici del Pollino

Archiviati i bianchi, la degustazione guidata è poi proseguita con i rossi. E qui a farla da padrone è la lagrima del Pollino, ovvero il magliocco dolce, che, in blend con lievi percentuali di greco nero, o in purezza, a seconda dell’annata, dà vita sia al rosso base dell’azienda, il Graneta, che alla riserva, il Don Rosario.

Il terzo vino in degustazione è stato il Graneta 2010, lagrima del Pollino e una piccola percentuale di greco nero (10-15%). Rubino intenso con riflessi purpurei. Al naso spadroneggia un intenso e accattivante bouquet fruttato: si distinguono la ciliegia, la prugna e le more, si avvertono note di spezie dolci (noce moscata e chiodi di garofano) e un sentore ematico, quasi ferroso, e di terra bagnata. In bocca il vino colpisce subito per il suo tannino accentuato, ad una prima impressione forse troppo aggressivo, che piano piano lascia spazio alla frutta rossa. Nient’affatto marmellatoso, il Graneta ha calore, potenza, struttura, freschezza ed equilibrio e regala un finale ritmicamente lungo. Forse l’impressione è che il 2010 non sia ancora pronto o, meglio, che non abbia ancora raggiunto il culmine della sua maturazione. Di sicuro ha un grandissimo potenziale e una lunga propensione all’invecchiamento.

Ermanno e Piergiorgio Falvo

Ermanno e Piergiorgio Falvo

La quarta bottiglia presentata, come sottolineato in precedenza, non è ancora in commercio. Si tratta del Don Rosario 2011, lagrima del Pollino in purezza, una vera chicca per intenditori ed appassionati. La 2011 è la prima annata in cui il Don Rosario può fregiarsi della Doc Terre di Cosenza ed essendo una Riserva è tutt’altro che vicina alla commercializzazione. Infatti, dopo una lunga macerazione (il mosto resta a contatto con le bucce 30 giorni), il Don Rosario, le cui uve vengono vendemmiate tra fine ottobre e metà novembre, trascorre 15 mesi in tonneaux di rovere francese e poi altri 12 mesi almeno in bottiglia. Il Don Rosario 2011, come ha spiegato Vincenzo Mercurio, dovrebbe approdare sugli scaffali delle enoteche nei primi mesi del 2016. Ancora una volta mi affido alla sapiente descrizione di Enrico Malgi per farvi capire cos’è il Don Rosario:

Un cromatismo inchiostrato tinge il bicchiere. Il corredo aromatico dispiega un bouquet espansivo fatto di piccoli frutti del sottobosco, di minute spezie orientali, di violetta, di mentolo e di balsamo. L’approccio gustativo è decisamente tannico, ma subito contrastato da tenori morbidamente glicerici e freschi. Il sorso staziona in bocca regalando goduriose sensazioni fruttate di more e di prugna e/o floreali di viola, in aggiunta a tocchi speziati.  Lungo e godibile il finale. Il vino nel complesso è ancora giovane e destinato sicuramente a crescere nel tempo.

Nonostante la sua giovinezza e l’esuberanza del tannino (paradossalmente meno aggressivo di quello avvertito nel primo impatto con il Graneta 2010), il Don Rosario 2011 sembra già pronto per stupire. Di sicuro ha le stimmate del campione da invecchiamento, il magliocco infatti regala tannini a profusione e un elevato corredo di polifenoli in grado di assicurare longevità straordinaria a questo vino, forse ben oltre i 20-30 anni indicati dal produttore nella scheda tecnica disponibile sul sito.

Last but not least, anzi è il caso di dire che si tratta invece del fiore all’occhiello della cantina, il Milirosu, annata 2011. Il  Milirosu è un Moscato di Saracena, vino passito da meditazione ottenuto da un blend di moscatello di Saracena all’80% e saldo di guarnaccia e malvasia, frutto di un saggio appassimento delle uve sui graticci e di un’antica ricetta della famiglia Falvo, gelosamente custodita dai fratelli Ermanno e Piergiorgio e sconosciuta persino all’enologo (o almeno così ha assicurato Vincenzo Mercurio durante la serata). Prelibatezza nota già secoli or sono, (la prima nota storica risale al XVI sec., quando salpava in nave da Scalea per approdare nelle enoteche e sulle tavole Pontificie), il Moscato di Saracena è ottenuto seguendo un’antica ricetta che le famiglie del piccolo borgo ai piedi del Pollino si tramandano con piccole personalizzazioni, ma con due note indissolubili e costanti: la concentrazione del mosto tramite bollitura e l’inconfondibile presenza del Moscatello. Nel 1915 Norman Douglas, nel suo libro “OId Calabria”, fa risalire il vitigno del moscato di Saracena “…all’uva portata dai saraceni da Maskat…”.

Milirosu Moscato di Saracena

Milirosu Moscato di Saracena

Nel bicchiere il Milirosu è di un bel colore ambrato e brillante, come un topazio, con lampi dorati. All’esame olfattivo è ammaliante, con profumi inebrianti di frutta secca, fiori selvatici, miele e frutta candita. L’impatto in bocca è seducentemente dolce, quasi mieloso ma tutt’altro che stucchevole, possiede un’ottima acidità, che dona freschezza a tutto il palato e regala grande equilibrio al sorso nel quale si percepiscono distintamente tratti di fichi secchi, uva passa e datteri, di albicocca secca e agrumi e una lieve nota balsamica. Chiude con un accenno fresco e sapido che lascia la bocca piena e soddisfatta.

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