Metti un sabato a Orvieto…

Metti un sabato di lavoro a Orvieto. Sveglia all’alba e come un mantra parte la sequela di maledizioni verso l’ideatore del convegno politico che ti costringe alla levataccia, perché la sessione di dibattito inizia alle 9.00 e per esser a quell’ora operativi nella splendida cittadina è necessario acciuffare necessariamente un treno, che da Roma mi conduca in terra umbra, intorno alle 7.00. Tra acrobazie di ogni tipo, senza aver fatto colazione parto dalla stazione di Roma Termini alla volta di Velzna (è il nome etrusco di Orvieto).

L’arrivo è previsto per le 8.30 e quindi per un’oretta mi immergo nella lettura delle informazioni sulla città e sulle  prelibatezze enologiche della zona che sono riuscito a stampare il giorno prima.

L’Orvieto è uno dei vini italiani più famosi, in Italia e nel mondo. I primi a coltivare la vigna, scoprendo la vocazione di questi terreni, furono gli Etruschi, i quali facevano fermentare i mosti nelle grotte scavate nella rupe tufacea su cui si erge la cittadina. Durante tutto il Medioevo, il periodo di maggiore ricchezza della città di Orvieto, l’Orvieto divenne il vino dei papi e divenne una delle principali risorse per finanziare la costruzione dello stesso Duomo: gli appalti per la costruzione dell’edificio, ma persino le commesse per la realizzazione di opere d’arte e affreschi vennero in parte pagati proprio con il preziosissimo vino. In pochi ricordano che lo stesso Luca Signorelli, autore del ciclo di bellissimi affreschi che ornano la Cattedrale, aveva richiesto in cambio della propria opera un vitalizio di 1.000 litri di vino di Orvieto ogni anno. Non stupisce quindi che nei bassorilievi del Duomo il tema della vigna e dell’uva siano piuttosto ricorrenti. L’Orvieto, inoltre, venne utilizzato da Garibaldi e dai Mille per brindare prima della loro partenza. Per tutti questi meriti e per la sua bontà il vino di Orvieto venne ribattezzato da Gabriele D’Annunzio “il Sole d’Italia”.

Oggi sono presenti quattro differenti tipologie di Orvieto DOC:

  • Orvieto DOC
  • Orvieto Classico DOC, prodotto nell’antica zona di produzione dell’Orvieto
  • Orvieto Superiore DOC, vino ottenuto con rese inferiori e, quindi, di qualità superiore rispetto all’Orvieto DOC
  • Orvieto Classico Superiore DOC, vino ottenuto nell’antica zona di produzione e con rese inferiori e, quindi, di qualità superiore

Orvieto Classico DOC

I vitigni alla base dell’Orvieto Classico DOC sono:

  • Trebbiano o Procanico: minimo 20% massimo 40%
  • Grechetto: minimo 40%.
  • Altri vitigini non aromatici e idonei alla coltivazione in Umbria: massimo 40%

Per potersi fregiare dell’appellativo di Classico il vino dovrà essere prodotto nell’antica zona di produzione dell’Orvieto. Per potersi fregiare dell’appellativo di Superiore il vino dovrà essere ottenuto con una resa in vigna inferiore (sinonimo di maggiore qualità): 80 quintali/ettaro contro i 110quintali/ettaro dell’Orvieto DOC “base”.

A partire dalla vendemmia 2011, al fine di aumentare la qualità del vino di Orvieto, la resa per ettaro è stata ridotta anche per le tipologie Orvieto DOC e Orvieto Classico DOC a 90 quintali/ettaro.

Orvietano Rosso o Rosso Orvietano DOC

Per produrre un Rosso Orvietano DOC bisogna utilizzare:

  • Vitigni principali: Aleatico, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Canaiolo Rosso, Ciliegiolo, Merlot, Montepulciano, Pinot Nero, Sangiovese da soli o congiuntamente per almeno il 70%.
  • Vitigni secondari: Aleatico, Barbera, Cesanese comune, Colorino, Dolcetto da soli o nella misura massima del 30%.

Il consorzio per la tutela del vino di Orvieto ha inoltre avviato le pratiche per il riconoscimento della Docg al vino Orvieto Classico Superiore e della Doc alla muffa nobile prodotta nella zona di Orvieto.

Ma l’Umbria è terra di tanti altri vini eccelsi e di uno dei miei primi amori enologici: l’Arciato, un rosso eccezionale che mi ha sedotto con i suoi profumi, i suoi colori e il suo gusto piacevolissimo. Arciato lo produce Cardeto ed è un Umbria Igt fatto da uve merlot e cabernet sauvignon. Ed è con il ricordo dei profumi fruttati di questo magnifico vino che arrivo ad Orvieto Scalo, ansioso di concludere presto la mattinata di lavoro e visitare la città, magari a stomaco pieno, dopo aver mangiato un bel piatto di umbricelli al tartufo nero o di pappardelle al cinghiale…

Dove eravamo rimasti? L’arrivo, giusto!! Arrivo a Orvieto Scalo, come arrivare in piazza del Popolo, dove si tiene il convegno? Risposta semplice: con la caratteristica funicolare che, al costo di un euro, dal piazzale della stazione ti porta in cima alla rupe tufacea dove sorge il borgo medioevale e dove un servizio di navette (il biglietto della funicolare vale anche per questi minibus) ti scarrozza in giro per tutta o quasi la città. Saluti e convenevoli con colleghi e personale dell’ufficio stampa del partito che organizza l’evento, tre ore di dibattito con interventi di diverse personalità di spicco della formazione politica e chiusura del segretario, in anticipo sulla tabella di marcia. Risultato? Sono libero alle 12.30 e ho 5 ore di tempo per godermi la città, le sue bellezze e le sue prelibatezze, prima dell’arrivo del treno che mi riporterà a Roma.

Missione numero uno: trovare un compagno di “cazzeggio”, affamato e intenzionato a rimanere ancora qualche ora ad Orvieto in mezzo al fuggi fuggi generale dei colleghi che dopo tre giorni di convegno non vedono l’ora di rientrare nella caotica capitale. Qualche minuto e ho individuato il mio uomo: è l’inviato di una celebre trasmissione di dibattito e approfondimento politico. Visto che Alessandro è un amico ci metto veramente poco a convincerlo e nel giro di mezz’ora io, lui e i due ragazzi della troupe che lo accompagna passeggiamo per Orvieto alla ricerca del ristorantino che in molti mi hanno consigliato: La Mezza Luna. Arrivati sul posto ci dicono che non c’è nulla da fare: non abbiamo prenotato e il locale, che non è molto grande, è tutto pieno. Riparte la ricerca e si finisce a Le grotte del Funaro. Questa volta c’è qualche tavolo libero e il locale, scavato nel tufo è veramente caratteristico e ben arredato.

“Se si mangia e si beve bene abbiamo fatto bingo, ovviamente sperando che non ci tocchi restare a lavare i piatti per pagare il conto”.  Alla mia esternazione intravedo un accenno di preoccupazione affacciarsi sul volto dei ragazzi della troupe, che si aspettavano forse una trattoria più casereccia e temono di vedersi recapitare piatti con porzioni ridotte ma dal costo elevato. Il tutto dura solo qualche attimo. Ordiniamo affettati, formaggi e verdure grigliate per antipasto e un primo (io e Alessandro optiamo per gli umbricelli al tartufo nero, gli altri per degli gnocchetti con pancetta croccante). Da bere? Mi impongo sul vino: “Siamo in Umbria e si beve umbro”. Carta dei vini alla mano, scorro i rossi a disposizione. Ed eccolo saltare fuori, uno dei vini colpevoli di questa mia passione è lì e non posso che scegliere lui per questo pranzo orvietano: Arciato 2005 Cardeto, Umbria Igt. (Merlot 55% Cabernet Sauvignon 45%)

E’ un vino che matura per 12 mesi in barrique e che di solito si sposa alla perfezione con carne arrosto, stufati e brasati di carne e formaggi stagionati ma siccome sono sicuro che andrà benone con gli antipasti e anche con i primi che abbiamo scelto, ne ordino una bottiglia. Il costo della bottiglia è 12 €, nemmeno troppo.

Nell’annuario dei Migliori Vini Italiani 2008  Luca Maroni indica l’Arciato 2005 come uno dei due fuoriclasse eccellenti di Cardeto, assieme al Nero della Greca (della stessa annata) e lo descrive così: “la sua nerezza al suo status di dolcezza, alla sua olfattiva purezza è fruttosità rossa fra le migliori, le più virtuose in assoluto dell’anno. Complimenti”.

Arciato si presenta con un colore rosso rubino intenso e sfumature rosso rubino, poco trasparente. Al naso esprime aromi intensi, puliti, gradevoli e raffinati che si aprono con note di amarena e prugna seguite da aromi di violetta, vaniglia. Pian piano iniziano a percepirsi sentori più complessi ed emergono il tabacco, la cannella, il cioccolato e una lieve nota balsamica a metà tra il mirto e l’eucalipto. Questo vino conduce a un’esperienza olfattiva unica e se in bocca restituisce anche solo la metà degli aromi che hanno stregato il naso c’è da essere soddisfatti. In bocca, la corrispondenza con il naso è buona, c’è un attacco tannico e comunque equilibrato dall’alcol (14%), ha buon corpo e sapori intensi. Nel complesso è molto piacevole. Il finale è persistente con ricordi di amarena, prugna e cannella. Lo trovo davvero strepitoso e l’apprezzamento dei miei commensali va ben oltre il mio. Fin dal primo sorso ne restano stregati. La prima bottiglia finisce in pochissimo tempo e tocca ordinarne una seconda per accompagnare i primi. Arciato si dimostra un compagno notevole per i piatti che abbiamo scelto, pur brillando di luce propria non li oscura, e per le nostre evoluzioni intorno ai temi più svariati: dalla cucina tradizionale ad aneddoti di lavoro, passando per donne, vino, viaggi e analisi politiche.

Il tempo trascorre velocemente e alla fine Alessandro insiste per offrir lui il pranzo spiegando che ha l’obbligo di sdebitarsi nei miei confronti che l’ho convinto a rimanere a mangiare a Orvieto e soprattutto per avergli fatto conoscere un vino eccezionale.

N.B.   Orvieto è bellissima, un gioiellino che consiglio a chiunque di visitare. Mi rendo conto di aver parlato poco o nulla della città, ma questo è un blog in cui il protagonista è il vino e in questa breve visita (che replicherò senz’altro appena ce ne sarà l’opportunità) l’unico rimpianto è per non essere riuscito a rimediare qualche bottiglia di Arciato da portare a casa. Questo non vuol dire che sia tornato a mani vuote. A Roma con me sono venute una bottiglia di Rosso di Spicca, Rosso Orvietano Doc della Tenuta Le Velette, vendemmia 2009; e una di Rubbio 2010, Umbria Igt di Palazzone, e non aspetto altro che l’occasione e la compagnia giusta per stapparle.

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