Viaggio (immaginario/didattico) in Valpolicella

Mi sono colpevolmente assentato per un pò, ma oggi mi rifarò con gli interessi parlandovi di una terra speciale che ha fra i suoi frutti una gamma di vini altrettanto speciali fra i quali spiccano due assoluti campioni l’Amarone e il Recioto.

Signori oggi vi porto in Valpolicella.

Per presentarvela ecco i versi a lei dedicati da Ippolito Pindemonte, di sovente ospite a Villa Mosconi a Novare, località del comune di Negrar:

«Son cari a Bacco questi colli e cara

questa fonte alle Najadi è non meno.

Se troppo di quel nume hai caldo il seno,

tu con quest’acque a rinfrescarlo impara.»

Il significato del nome “Valpolicella” non è certo ed è stato oggetto di svariati dibattiti lungo i secoli. Una delle ipotesi fatte è che derivi dal latino Vallis-polis-cellae, che tradotto letteralmente significa “valli dalle molte cantine”.

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In realtà, però, il termine non compare prima del XII secolo; infatti fino allora si parla sempre di una Valpolicella divisa in due grandi territori: la val Veriago (la parte più orientale con Negrar) e la val Pruvuaiano (la parte centrale). Il toponimo, quindi, è forse originato dal fatto che i funzionari del Comune di Verona incaricati della amministrazione della valle, arrivavano lungo l’Adige fino a Pol (Santa Lucia di Pescantina) e da lì poi si spostavano poi negli altri paesi vicini: da qui deriverebbe quindi Valpolesela, cioè valle di Pol.

Molto affascinante, ma priva di un reale fondamento storico, è l’etimologia proposta dagli umanisti che la ricercarono nella lingua greca e più precisamente nella parola polyzelos nella sua traduzione più recente di terra “dai molti frutti” o, per i più classici, “molto invidiata”. Oppure potrebbe risultare dall’unione di poly = molto e sèlas = splendore, cioè “molto splendida”.

Da sempre la Valpolicella ha avuto nell’agricoltura la sua principale fonte di ricchezza. Soprattutto negli ultimi anni la storica vocazione alla viticultura ha fatto fiorire l’economia della valle, con la nascita di molte aziende agricole e cantine, sia a gestione familiare che vere e proprie imprese industriali famose in tutto il mondo. L’esportazione di vino imbottigliato copre i mercati di tutto il mondo e in particolare il Nord America e l’Europa Centrale, ma sono in ampliamento anche i mercati dell’est. Il vino più quotato sul mercato è l’Amarone, sempre fatto con le uve del Valpolicella.

La produzione di uva si stima essere ampiamente superiore ai 550.000 quintali. I vigneti più pregiati si trovano in collina, dove per permettere la coltivazione sono stati creati dei terrazzamenti, chiamati in dialetto le marogne.

Per la difesa e la valorizzazione dei vini tipici della Valpolicella, il 9 febbraio 1925, è stato costituito un consorzio che esiste tuttora.

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Il campione assoluto di queste terre è l’Amarone, figlio di un errore in cantina o di semplice sfortuna. La storia dell’Amarone è curiosa, perchè è un vino nato nella prima metà del ‘900 più per caso che non per scelta, infatti deriva dal Recioto ottenuto dall’appassimento di uve locali (Corvina, Rondinella, Molinara e oseleta) preventivamente “reciotate”. Praticamente si tagliava a metà il grappolo utilizzando solo la parte superiore. Le recie, che in dialetto veneto sono le orecchie, tradizionalmente sono più ricche di zucchero. I grappoli venivano stesi su graticci di canna per circa 4 mesi in appositi locali arieggiati e al termine dell’appassimento, che permetteva di concentrare molto gli zuccheri, vinificate fin quando la fermentazione alcolica si bloccava spontaneamente per eccesso di alcol. Quando tutto andava bene si otteneva quindi un corposo vino dolce da centellinare a fine pasto, ma quando qualcosa andava storto si otteveva il “Recioto scapà (scappato) detto anche Amarone”, dove gli zuccheri venivano consumati completamente durante la fermentazione ed il vino diventava secco. Anche se la prima etichetta di Amarone conosciuta risale al 1938, in realtà bisogna attendere il 1953 per trovare la prima Azienda che produce l’Amarone per scelta e non per sfortuna!

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Chiamiamola sfortuna!! Fra le pagine di Vinosofia, il libro al quale ho rubato il titolo per dare il nome a questo mio blog,  Roberto Cipresso e Giovanni Negri ricostruiscono romanzescamente l’errore del contadino così:

“Il contadino si precipitò in cantina, prevedendo il disastro. Se ne era dimenticato. Aveva sbagliato e sarebbe stato punito dai proprietari. Un errore senza giustificazione, senza appello… Scese le scale trafelato. Ma come ho fatto a scordarmi quel vino, doveva star là nella botte per mesi e invece son passati due anni, sarà diventato un aceto, un tino intero da buttare per sempre… Era disperato. Un errore tanto più grave quando si è l’ultimo figlio di una centenaria tradizione contadina, spesa generazione dopo generazione fra i vigneti dal verde intenso, interrotto soltanto dalle eleganti ville dei nobili. Corvina, Rondinella, Molinara… erano quelle, da sempre, le uve pregiate della magnifica vallata. Un mito sin dai tempi del vino retico, un territorio incantevole – disteso appena a nord di Verona – che i Romani avevano battezzato per sempre. Vallis-polis-cellae, la valle dalle molte cantine. Era dolce, quasi un passito, il vino che il contadino sin da bambino aveva imparato a fare: la Rondinella ci metteva i tannini più intensi, l’uva Molinara fungeva da spalla acida e la Corvina faceva il resto.

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Quell’uva, sensibile agli attacchi della muffa, se esposta all’aria sarebbe appassita figliando un dolce mosto, così dolce da conferire al vino la sua identità, destinata a rafforzarsi invecchiando… Ma oggi, altro che invecchiamento! Altro che qualche mese di botte! Ho rovinato l’annata ed è tutta colpa mia… Le disgrazie, come si sa, arrivano tutte insieme. E nel mentre il pover uomo si disperava, udì il passo lesto e il piglio deciso del padrone in arrivo. Il contadino non ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi, spillò un assaggio, inghiottì e balbetto: “El m’è sbrisà via, l’è diventà amaron”. Una scusa un po’ grottesca che in italiano suona “mi è scappato via, è diventato secco”. Allora il padrone assaggiò. Poi riassaggiò di nuovo. Ci sentiva dentro il gusto intenso della frutta matura, calda, quasi di una confettura potente. Non più un vino dolce, ma uno straordinario secco. Il contadino non fu sgridato per il grave errore commesso. Errando aveva trovato.”

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