Dalle tavole di Cicerone e Caligola la perla del litorale romano: il Cacchione Nettuno Doc

Una delle idee alla base di questo blog è quella di raccontare le mie avventure enologiche, e gli incontri con quelli che ho avuto modo di chiamare “vini Carneade” sono senza dubbio tra le esperienze più interessanti. Intendiamoci, quelli che definisco Carneadi enologici non sono affatto dei completi sconosciuti, ma di certo non sono notissimi al grande pubblico. E’ bene chiarire che non sono una versione avvinazzata di Indiana Jones e non ho la pretesa di scoprire nessun tesoro nascosto, semmai la mia intenzione è quella di condividere le mie piccole e personali scoperte, nella speranza che possano essere intese come un servizio per chi si accosta a questo mondo o semplicemente ha voglia di provare qualcosa di diverso.

L’Italia è un paese con una straripante varietà ampelografica e conta oltre 650 vitigni attivi e circa 300 cultivar pronte per essere reimpiantate. Nella regione in cui vivo da qualche anno, il Lazio, tra i vitigni autoctoni più interessanti c’è il Bellone, un vitigno a bacca bianca noto fin dall’epoca dei Romani e citato come “tutto sugo e mosto” nelle scritture di Plinio. Coltivato un po’ in tutta Italia, trova maggior diffusione nel Lazio e in particolare in provincia di Roma dove è utilizzato per la produzione di alcune DOC.

Nella striscia di terra che va da Anzio a Nettuno tra la Pontina e il mare compreso tra Torre Astura a sud e Torre Caldaia a nord, lo coltivano da tempo immemore e lo chiamano Cacchione.  Plinio lo cita come uva “pantastica”, uva pane, perché i contadini lo gustavano con il pane. Da questo antico vitigno si ricava un vino, dal sapore secco e con un profumo particolare che lo differenzia da altri vini laziali, che è l’orgoglio dei nettunensi che gli dedicano ogni anno ad ottobre una festa nel borgo medievale della città di Nettuno.

Torre Astura Nettuno

Torre Astura Nettuno

Probabilmente il vitigno attualmente coltivato deriva dalle stesse uve che qui erano coltivate in epoca romana, e forse il vino bevuto da Marco Tullio Cicerone nella villa di Torre Astura e da Caligola o Nerone nell’Antium romana non era tanto dissimile, salvo essere mescolato con acqua e miele (alle volte anche con acqua di mare), dal bianco opulento e piacevole che se ne ricava. Come già detto, il Cacchione lo si coltiva e produce sia nei comuni di Anzio e Aprilia, ma solo quello di Nettuno ha avuto il riconoscimento di Cacchione DOC, nel maggio 2003, e per avere il marchio DOC il vino deve essere prodotto con almeno l’85% di uva Cacchione, per il restante 15% si usa il Trebbiano toscano, con gradazione alcolica di almeno 10° – 11°, anche nella versione frizzante. Al Vinitaly 2012 è stato scelto come uno dei sette vini più rappresentativi della provincia di Roma, e oggi molti produttori di vino della provincia lo vinificano in purezza, non destinando più queste uve all’assemblaggio di altre Doc laziali.

La bacca bianca con acini allungati medi e grandi, tendenzialmente rotondi del Cacchione prospera nei terreni ricchi di silicio, leggeri e di origine vulcanica; la foglia è grande e pentagonale, con un grappolo medio grande, di forma cilindrico conica, talvolta con un’ala, abbastanza serrato; la buccia è spessa e consistente piuttosto pruinosa, di colore giallastro non molto uniforme. Possiede vigoria elevata, tanto è vero che molti vigneti sono a piede franco,  dove cioè la varietà europea viene piantata direttamente senza essere innestata sulla vite americana, determinando così un maggior equilibrio della pianta e, di conseguenza, ottenendo delle produzioni di miglior qualità, con epoca di maturazione abbastanza tardiva. Le uve vengono lavorate con moderne tecniche (selezione dei grappoli, raffreddamento immediato delle uve, criomacerazione, pressatura soffice , matura in serbatoi di acciaio per due mesi) e generano un vino dal colore giallo paglierino con nuances verdeggianti che viene ulteriormente affinato due mesi in bottiglia e nel bicchiere regala sentori di frutta a polpa gialla matura  e agrumi, poi miele e mandorla che si ritrova in bocca con un finale leggermente amaricante e  piacevolmente acidulo.

Il mio personale incontro con questo vino è avvenuto con il Cacchione Nettuno Dop della Cantina Bacco, vendemmia 2012, ed è stata per me un’autentica rivelazione. Ogni volta che vado a fare la spesa mi fermo sempre a dare un’occhiata al reparto vini e quando mi capita di entrare in un supermercato nuovo (ebbene sì, l’ho scovato sugli scaffali della grande distribuzione, con buona pace di chi fa lo schifiltoso e sostiene che il vino buono lo si possa comprare solo in enoteca) sono sempre curioso di scovare qualche piccola perla. Ovviamente è successo anche con il Cacchione. Scandagliando la fornitissima cantinetta del supermercato in questione,  il mio sguardo si è posato subito sulla bottiglia con l’etichetta nera con un’accattivante raffigurazione del dio Nettuno e la curiosità di bere un vino che per me era sconosciuto, o quasi (avevo già assaggiato vini con una percentuale minima di Bellone, ma mai uno con Bellone, o meglio Cacchione, in purezza), ha avuto come sempre la meglio, dandomi la possibilità di fare una piacevolissima scoperta con una spesa modica: per portarvene a casa una bottiglia bastano soli 4 €.

Cacchione Nettuno Dop Cantina Bacco 2012

Cacchione Nettuno Dop Cantina Bacco 2012

Nel bicchiere il Cacchione Nettuno Dop della Cantina Bacco si è presentato di un bel giallo paglierino con lievi riflessi verdi. Sentori evidenti di pesca matura e una piacevolissima nota di agrumi (pompelmo) e di fiori di mandorlo. In bocca è molto equilibrato e la corrispondenza con quanto avvertito all’olfatto è perfetta: si distinguono abbastanza nitidamente la pesca gialla matura e il pompelmo, che regala freschezza e una buona dose di acidità bilanciata da un piacevole sentore di miele e dalla nota amaricante della mandorla. Ottima persistenza, ogni sorso regala complessità e finezza e non è mai stucchevole. Abbinato ad un’insalata di mare e ad un trancio di pesce spada alla griglia si è dimostrato un partner straordinario. Se veniva servito sulle tavole di Cicerone, Caligola e Nerone ci sarà pure una ragione…